Storia di Luca Annoni

La mia storia…la mia storia è fatta di insicurezze, di nottate intere passate a letto semplicemente a ricompormi dopo verifiche andate male e voti pessimi sulle pagelle. Spesso ero etichettato come svogliato, ignorante alle volte o semplicemente asino. La solita solfa in sostanza.
Scoprii di essere dislessico dopo aver girato un paio di logopedisti e specialisti, finché un giorno arrivò la diagnosi. Mi crollò il mondo addosso, ero pronto anche a questo, a suo modo la vita mi aveva già preparato a questo.
A sentirmi così per anni, anni in cui l’unico pensiero forse doveva essere il divertirsi e vivere la propria infanzia/adolescenza e in cui io invece passavo le mie giornate in solitudine a casa, ad immaginare un mondo dove anche io avrei potuto sentirmi normale, con le stesse possibilità degli altri.
È stato un errore quello di non credere in me, ora mi accorgo quanto abbia sbagliato nella mia infanzia.
Rinchiudermi in me stesso ad ogni fallimento fin da bambino, infondo non era un buon modo per sopravvivere o comunque per andare avanti nei miei giorni, in cui testa bassa e zaino in spalla entravo in classe, con la paura, sì, la paura di quell’insegnante di italiano con cui non ebbi certo un bel periodo.
Con lui mi feci molte ore fuori dalla porta perché, nonostante mi avesse dato una tabella dove c’erano scritti tutti i verbi e le loro coniugazioni, io non sapevo ancora coniugare i verbi (non so ancora distinguere adesso le differenti forme verbali, nonostante io le usi tutti i giorni) e mi feci molti pianti, mi feci molto male dentro.
Questi anni tracciarono in me un solco che forse a impiegheró tutta la vita a colmare.
E ora sono qui, nonostante io sia stato appena licenziato perché secondo il mio ex capo la mia memoria di lavoro non era ottimale.
E non mi faccio una colpa, sì sono dislessico e sto imparando ad accettarlo, si va avanti,
così come da bambino ho affrontato giornate ben peggiori, dove lo stesso maestro dopo un dettato mi strappò il quaderno davanti a tutta la classe perché avevo confuso la b con la d.
Non è stato semplice, ma penso che a volte non lo sia per chiunque. Penso che quello che conta ad andare avanti e crederci un po’ di più giorno dopo giorno.
Anche se la preside della tua vecchia scuola davanti a tua madre dice “Forse signora suo figlio ha un problema, forse semplicemente non ci può arrivare”.
Lì, se posso dire che la mia autostima esisteva, se ne andò via scemando. Lì ancora un’altra volta ebbi la sensazione di aver deluso profondamente i miei genitori. Che dovevo smetterla di rifugiarmi nel mio mondo e vivere quello che mi è stato proposto.
Ho deciso di abbandonare gli studi, nonostante sentissi che dentro me mi sarebbe piaciuto affrontare un liceo, ho fatto ciò che mi era stato ripetuto in quegli anni: che dovevo andarmene a lavorare, che era meglio, che era alla mia portata.
Non ho mai sognato cosa avrei fatto da grande, non lo so neanche adesso, mi basta vivere, non so questa filosofia deriva forse da quei giorni, in cui nella mia scarsa concentrazione cercavo briciole di felicità ogni giorno, per sopravvivere, per fare quei metri che mi dividevano da casa a scuola.
Non avevo amici, mi ero isolato dal mondo per la mia insicurezza, per la mia fragilità emotiva crollavo spesso e ricompormi ad ogni passo era sempre più difficile.
Mi tiravo su con i libri, li leggevo o meglio li divoravo, nonostante non ricordassi cosa avevo letto nella frase prima.
Ed è stata sempre la cosa in cui ho peccato di più la mia memoria, artefice dei miei insuccessi scolastici e delle mie ansie per le verifiche che dovetti affrontare.
Ma poi c’è stata la diagnosi, verso la fine della seconda media quando oramai mi sentivo dentro quel solco. Ho scelto di seguire un corso di formazione professionale, lì con la mia diagnosi sono riuscito a superare gli esami del terzo anno e dopo un paio di anni anche prendere la maturità.
Mi è riuscito anche questo, ma la mia carriera scolastica temo sia finita con un sacco di rimpianti e molte altre notti passate insonni con la solita domanda scritta in testa: “Perché è successo, perché a me…”.
Io non penso che sia colpa mia né di nessun’altro. Penso sia una colpa condivisa, un po’ è stata mia, un altro po’ degli insegnanti.
Se qualche insegnante sta leggendo per caso vi prego siate entusiasti delle vostre materie, trasmettete questo entusiasmo ai vostri allievi, siate artefici di ciò che gli insegnanti che ho incontrato alle elementari e alle medie non sono riusciti a fare.
Sia chiaro non penso sia colpa loro né tanto meno colpa mia, penso sia andata così ed è inutile fasciarsi la testa ancora, è inutile essere tristi.
A modo suo la dislessia mi ha reso l’uomo che sono oggi, e in qualche modo ne vado fiero.